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Le virtù Cardinali

Le virtù cardinali: Temperanza

   Scopo della temperanza è quello di governare nella persona umana gli slanci propri della sua natura. 

   La temperanza è intermedia fra due eccessi, che nei casi estremi sono l’insensibilità e la sfrenatezza. Sono due forze opposte che possono lacerare una persona. 

   Drammatica la vicenda di Mezio Fufezio, l’ultimo re di Alba Longa (VII secolo a. C.), che da Tullo Ostilio, l’antagonista re di Roma fu fatto legare ad una quadriga per le braccia e ad un’altra per le gambe sicché i cavalli, spronati in direzioni contrarie, strapparono le sue membra (cfr. Historiarum ab Urbe condita I, 28)! Così le passioni e i desideri possono rovinare gli uomini se non sono guidati dalla temperanza...

   La prudenza guarda alla realtà concreta di tutti gli esseri; la giustizia regola i rapporti con altri; con la fortezza l’uomo, dimentico di sé stesso, sacrifica beni e vita. La temperanza, invece, è ordinata all’uomo stesso. Temperanza significa: prendere di mira se stessi e la propria condizione, dirigere sguardo e volontà su noi stessi.

   La sua funzione propria, dunque, è moderare gli slanci della natura umana. Non che essa si opponga alle inclinazioni, ai desideri, alle simpatie, alle preferenze… La virtù della temperanza non nega tutto questo; invita, piuttosto, a farne un uso ordinato, armonico, costruttivo.

   La temperanza non è nemica della gioia, ma della sua ricerca smodata, a tutti i costi, anche a discapito degli altri.

  Una traccia di questa istanza la troviamo forse nel termine contrario di intemperanza, col quale s’indicano gli atteggiamenti scostanti, esagerati, “sopra le righe” al punto da destare irritazione e suscitare disgusto. Pensiamo, ad esempio, alle intemperanze nell’uso dei beni materiali, in particolare del denaro, e nell’uso del potere.

  Nella Scrittura leggiamo che coloro «che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali» (1Tim 6, 9-10).

   Sono qui messi a tema questioni a noi purtroppo ben note, come gli acquisti e l’arricchirsi disonesti; le spese sfrenate per il lusso e i divertimenti… è implicito, però, anche il loro contrario che è l’avarizia.

   Il testo biblico citato richiama pure la corruzione amministrativa e politica, che nasce dall’avidità personale o di gruppo; l’arroganza e la tracotanza nella gestione della cosa pubblica; l’uso spregiudicato del potere sì da “logorare chi non ce l’ha”, come recita un noto aforisma di Talleyrand, come diceva l’onorevole Andreotti.

  Ora, la virtù umana che, unitamente alla giustizia, può tagliare alla radice tutto questo è proprio la temperanza.

   Essa aiuta a porre degli argini alle passioni e questo non per annullarne, ma perché non giungano a scompaginare e destrutturare la persona e far sì, invece, di produrre effetti benefici per l’uomo.

   In relazione alla virtù della temperanza, la tradizione cattolica pone anche quella preziosa del buon umore, capace di mantenere il giusto equilibrio fra la battuta e lo scherzo volgare e scurrile e la freddezza insapore.

   In fin dei conti l’umorismo è proprio l’arte di conservare la “giusta misura” ( métron) dal mondo per puntare meglio all’essenziale.

   Lì come modello il Papa ha scelto san Tommaso Moro, il quale diceva di sé: «Mi si rimprovera di mescolare battute, facezie e parole scherzose con i temi più seri. Credo che si possa dire la verità ridendo. Di certo si addice meglio al laico, quale io sono, trasmettere il proprio pensiero in modo allegro e brioso, piuttosto che in modo serio e solenne, come fanno i predicatori».

   «Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.

   Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”.

   Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia».

Cfr.: Mons. Matteo M. Zuppi

Don Valerio